Il federalismo fiscale non può essere abbandonato

Devoluzione, passaggio dalla spesa storica al costo standard, fondo di
perequazione, responsabilizzazione degli amministratori locali: tutto ciò è il federalismo fiscale.
È azzardato dire che rappresenta l’Italia del futuro? Un futuro che sarebbe preferibile dire che è già presente ed alla cui idea dovremmo abituarci fin da subito.
Forse non tutti sanno che è già Legge, scritta nero su bianco. In tal senso la Legge delega n.42/2009 non ha fatto altro che dettare le regole di quanto previsto al titolo V della Costituzione, delegando il Governo all’emanazione dei decreti delegati e che dovrebbero rappresentare l’architrave del futuro Stato italiano.
Per quale motivo un termometro costa 3 euro in Lombardia e 10 euro in Calabria? Che differenze ci sono fra un termometro comprato al Nord ed uno del Sud? Partendo da questa semplice premessa nasce la necessità del federalismo fiscale. Poiché nulla giustifica la differenza di prezzo del “termometro” il federalismo fiscale si pone come obiettivo quello di annientare le inefficienze nascoste nelle amministrazioni locali e la cui somma crea l’enorme debito pubblico italiano.
Quintino Sella diceva che “il bilancio pubblico contiene le virtù e i vizi di uno Stato”. Forse il bilancio del Bel Paese parla fin troppo chiaro.
Per un breve periodo di tempo l’espressione “federalismo fiscale” è stato un termine quasi sdoganato nel lessico delle riforme fiscali italiane.
La Legge 42/2009, appunto la Legge delega sul federalismo fiscale, partita di slancio e con gran vigore, si è però subito arenata dinanzi a problemi forse più immediati e mediaticamente più facilmente percepibili, quali il debito pubblico e la galoppante crisi economica.
Detto questo potrebbe sembrare che il federalismo fiscale sia stato per sempre accantonato dalla guerra degli spreads, che da circa 24 mesi occupa l’attenzione dei media e non solo.
Ma il vulcano che sembra spento nasconde un magma ancora vivo e roboante. È proprio il caso di dire che il federalismo fiscale è solo apparentemente coperto di cenere ma, sotto questa coltre più o meno spessa, il fuoco arde ed è ancora vivo.
Si tratta del fuoco alimentato da tante e tante necessità, che quotidianamente noi tutti percepiamo. Si tratta della guerra contro le inefficienze e gli sprechi pubblici della macchina statale italiana, per cercare di rimodulare la spesa pubblica, garantendo anche il collegamento fra i centri di prelievo e quelli di spesa nonché la netta responsabilità degli amministratori della cosa pubblica.
Perché il federalismo fiscale non è solo una Legge. Esso rappresenta una virata nel modo di gestire il danaro pubblico e che per forza di cose non può risolversi nel breve periodo ma necessita anzi di lunghe pause di riflessione per essere compresa e digerita, forse solo da chi non vuole comprenderla e digerirla.
I riformatori devono riformare loro stessi, è forse questo il problema alla base di tutto, ma il solco è stato tracciato ed adesso si deve contribuire a scavarlo.
La Legge 42/2009 è stata chiamata la madre di tutte le riforme, quella che avrebbe raddrizzato “l’albero storto” della finanza pubblica italiana e, subito dopo, è stata appellata come la “grande incompiuta”.
Ha certamente subito una battuta di arresto che deve invece rappresentare un punto di ripartenza.
Ripartire proprio dalla fallibilità di amministratori e sindaci, dai costi standard per superare la spesa storica, dal passaggio dalla finanza derivata a quella autonoma.
Tutto ciò rappresenta già il presente del nuovo architrave politico-fiscale della Repubblica Italiana
Non possiamo abbandonare l’idea che il federalismo fiscale resti invece e semplicemenge la grande incompiuta, solo per l’ignavia di chi ha deciso di affossarla.
Le reticenze intorno a questa Legge sono proprio il segnale della necessità di proseguire per la strada intrapresa.
 
(Stefano Coleti)